Zoeken


Mons. Brunero Gherardini

Intervista con Mons. Prof. Dr. Brunero Gherardini (Città del Vaticano) - 10-12-2004

 

1 - Può presentarsi ai nostri lettori?

Non penso affatto di meritare un'attenzione tale, da giustificare molte parole per la presentazione della mia modesta persona. Son  un prete della diocesi di Prato (Toscana), ormai ottantenne e prossimo all'ultimo traguardo. Dal 1994, dopo un lungo servizio alla Santa Sede prima come officiale dell'allora Sacra Congregazione dei Seminari, poi come professore ordinario d'ecclesiologia nella Facoltà Teologica (di cui fui anche decano) della Pontificia Università Lateranense, sono canonico della patriarcale Basilica di S. Pietro.

Completai i miei studi filosofico-teologici a Roma e, per brevi periodi (Sommersemester) in Germania. Ebbi Maestri di grande valore, dai quali fui avviato al tomismo e grazie ai quali imparai ad amare S. Tommaso. Ciò non m'impedì d'interessarmi ai più scottanti problemi teologici del momento, che anzi ho sempre considerato  in controluce rispetto all'Angelico.

Anche per le non poche pubblicazioni che hanno accompagnato la mia lunga militanza teologica, mi viene riconosciuta una certa competenza tanto in materia ecclesiologica e, di riflesso, cristologico-mariologica, quanto come studioso di Karl Barth e di Martin Lutero. Fin dal 1948 vado dedicando il mio interesse all'ecumenismo, del quale col passare del tempo, rimango sempre più insoddisfatto e critico.  Dal 2000 dirigo la Rivista internazionale "Divinitas".

Sono stato membro e responsabile della Pontificia Accademia Teologica Romana e della Pontificia Accademia di S. Tommaso, ma, da quando le Accademie Pontificie vennero "rifondate", mi sono volutamente staccato da esse.


2 - Su che cosa sta lavorando in questo momento?

La mia attuale attività è soprattutto di ricerca e di studio. Traduco l'una e l'altro nella preparazione e collaborazione a "Divinitas", che, come ognuno può agevolmente verificare, mantiene sempre un timbro prettamente tomistico,  nei "voti" richiestimi dalla Santa Sede, nella responsabilità e promozione di due postulazioni  (del Beato Pio IX e della Beata Dina Bélanger), nella partecipazione a convegni, simposi e congressi, anche internazionali (sarò a Fatima, nel prossimo maggio, per una relazione su Corredenzione ed ecumenismo).

 

3 - Qual è la cosa più importante che Lei ha imparato da S. Tommaso?

A questa domanda, secondo me, non è possibile rispondere in modo perentorio: tutto in S. Tommaso ha la sua importanza. Alcune sue tematiche la posseggono indipendentemente dalla ricettività soggettiva, alla quale Lei sembra alludere con la proposizione relativa "che Lei ha imparato"; la posseggono oggettivamente e quasi in assoluto. Tuttavia, il soggetto che s'accosta all'Aquinate, proprio in armonia con uno dei suoi principi ("quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur"), aderisce al suo pensiero in base ad una gamma variegata di corrispondenze, dove il più ed il meno stanno di casa. Io, per esempio, son sempre rimasto ammirato dinanzi all'equilibrio dell'Angelico; dinanzi al suo senso del soprannaturale e, nello stesso tempo, dell'uomo e del suo rapportarsi con Dio; dinanzi alla sua dottrina della partecipazione, alla sua assunzione del principio agostiniano dell'exitus-reditus che m'ha  suggerito quel metodo teologico del quale ho fatto tesoro per la mia attività di studioso e di docente..

Non posso dire, tuttavia, d'aver preferito questa o quella dottrina tomasiana: come ho studiato a fondo la Redenzione e la soddisfazione vicaria in S. Tommaso, così mi son interessato alla sua antropologia e a varie altre tematiche filosofico-teologiche, specie in confronto con le idee di Barth o di Lutero. A questo riguardo, anzi, il confronto con l'Angelico fu sempre per me una tavola di sicurezza rispetto al fascino del Riformatore tedesco o di qualche suo epigono.

Se poi mi si chiedesse quale sia, a mio giudizio, ciò che assicura nei secoli l'importanza indiscussa di S. Tommaso e fa di Lui un filosofo e un teologo che nessun pensatore può permettersi d'ignorare o di banalizzare, direi (ma so di non esser originale e che il merito di ciò va soprattutto al mio amico Cornelio Fabro) che l'essenza di tutta l'opera tomasiana sta nella metafisica dell'essere come atto. Per me, in quotidiano contatto con gli scritti di Lutero e con quelli di protestanti contemporanei, tale metafisica è stata sempre, culturalmente parlando, non solo la pietra di paragone ed il valore di riferimento, ma anche l'àncora di salvezza.

 

4 - Quali sono i tomisti che hanno influito di più sul suo lavoro?

Su tutti, sia per la reciproca stima ed amicizia, sia soprattutto per l'indiscussa autorevolezza della sua esegesi tomasiana, il primo posto spetta all'indimenticabile e già ricordato C. Fabro. Subito dopo, in ordine d'efficacia decrescente se pur sempre capace di lasciar in me il segno della propria influenza, metto Antonio Piolanti e Pietro Parente. Ho avuto contatti anche con Charles Boyer, con i domenicani Toccafondi, Ciappi e Spiazzi, e con il salesiano Luigi Bogliolo. Tuttavia, per il mio lavoro, anzi, per la inconsueta tipicità di esso a cavallo tra la tradizione tomista e la modernità "liberal-theologische" , nessuno ha influito su di me quanto e come l'amico Fabro. Se in un Piolanti ed in un Parente potevo ammirare la non comune conoscenza dei testi tomasiani, ammiravo in Fabro l'originalità e la forza penetrante della sua esegesi. Nessuno riuscì come lui a scoprire il segreto del tomismo, a renderlo accessibile e comprensibile, a farlo amare. Il fatto poi che anch'egli, anzi egli soprattutto, fosse sensibile al pensiero moderno, quasi sempre di derivazione protestante, ci metteva sulla stessa lunghezza d'onda: lui sul versante filosofico più che teologico, io viceversa.


5 - In che cosa consiste, a suo parere, la perenne novità del pensiero di S. Tommaso?

Non sono tra coloro che continuano a nascondersi dietro un dito e parlano di perenne attualità e d'inesauribile novità di S. Tommaso, ignorando l'opposizione che gli eredi dell'Illuminismo (kantiani, hegeliani, romantici e neomodernisti) accanitamente gli muovono. Si è dinanzi, effettivamente, ad un attacco massiccio, di cui gli esponenti più significativi si chiamano R. Eucken, L. Rougier, G. Saitta, J. Hessen;  ma non sono soltanto loro. L'effetto di questo concentrico e travolgente attacco è che ormai le nuove generazioni conoscono - se lo conoscono - l'Angelico come un grande del passato, ma non lo seguono.

Ciò non significa che l'Angelico non regga il confronto con le più acute espressioni del pensiero moderno e che, da codesto confronto, non esca vittorioso. Significa che i moderni e contemporanei rovesciano la sua prospettiva, sostituendo l'immanenza alla trascendenza, il naturale al soprannaturale, l'uomo (la scienza, il progresso, la storia) a Dio. E' da dire, però, che anche gli avversari riconoscono a S. Tommaso meriti di contenuto e di metodo, e meriti tali da considerarlo un indiscutibile innovatore in filosofia ed in teologia in conseguenza di due capisaldi: l'esse come actus essendi e l'analogia entis. Qui, e non nell'enfasi delle commemorazioni o nelle declamazioni di pragmatica, sta il fondamento della perennità sempre nuova di S. Tommaso. Qui, sulla sua obiettiva analisi del reale ed attraverso di essa, si è oggi in grado di superare gli astratti formalismi dell'ormai sorpassata e surclassata Scolastica, incapace d'un vero aggancio alla storia e all'uomo. Qui è possibile scoprire la perenne apertura tomasiana all'uomo, che l'Angelico analizza e giudica, all'interno della sua speculazione sulla partecipazione, come protagonista della grande e della piccola storia per la tensione della sua libertà fra bene e male, fra vero e falso, fra naturale e soprannaturale, fra ragione e rivelazione.  Qui, infine, anche arte poesia narrativa scienza tecnica ed ogni possibilità espressiva dello spirito umano trovano la loro più profonda e più vera unità. Insomma, qui S. Tommaso si rivela come lo "scriba doctus in regno caelorum,...qui profert de thesauro suo nova et vetera" (Mat 13,52).

 

6 - Quali sue pubblicazioni Lei considera più importanti?

Se per pubblicazioni s'intendano volumi dedicati all'Angelico, o di modeste o di rilevanti proporzioni. devo subito dire che non ho mai pensato di scriverne uno. Per me  S. Tommaso è sempre stato il faro verso il quale orientare la mia rotta teologica. Di volumi ne ho scritti tanti, forse troppi; e non uno di essi si sottrae, nel giudizio, nell'analisi, nel metodo,  alla luce che promana dalla vasta opera tomasiana. Ho invece scritto diversi articoli e contributi sul Dottore Angelico e mi piace qui ricordare Tematiche ecclesiologico-tomiste ("Doctor Communis" XXXIII/1980/ 194-209); La Croce nella teologia di S. Tommaso d'Aquino (Atti VIII Congr. Tom. Intern." 1.Vaticano 1981, 314-336); Sintesi antropologico-tomasiana (Atti IX Congr. Tom. Intern., Roma 1991, 333-345); El hombre en Santo Tomàs y en Martin Lutero: una confrontaciòn (XVIII Semana Tomista Argentina, Atti Buenos Aires 1993, 2-25).

Se invece il riferimento è a pubblicazioni indipendenti da S. Tommaso, quelle che a me sembrano più riuscite e più importanti sono: La seconda Riforma: uomini e scuole del protestantesimo moderno, 2 voll., Brescia 1964-1966; La Chiesa è sacramento, Roma 1976; L'Enciclopedia di Schleiermacher. Esposizione storico-critica e valutazione di "Kurze Darstellung des theologischen Studiums", Roma 1980; La Chiesa mistero e servizio, Roma 1994 (4a ed.);  La Theologia crucis. L'eredità di Lutero nell'evoluzione della Riforma, Roma 1978; Lutero-Maria: pro o contro?, Pisa 1985. Dovrei anche aggiungere qualche accenno alle mie pubblicazioni di mariologia in genere o su particolari temi mariologici, ma andrei troppo per le lunghe.

 

 

Free counter and web stats